Palazzo familiare

Dagli slarghi

tra la folla si levava

sulle teste un gran vociare

dei bambini

che giocavano di gusto

in un gentil

rumore che giungeva, risalendo

e affievolito, alle finestre

delle sale di un palazzo

familiare

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L’Orbo e il Narciso

Sono innamorato dei tuoi sguardi

Prima tenerezza e immensa folgore

Che cade sulla terra sempre tardi

Obbligando la mia mente al Sol rivolgere,

Come l’Orbo innamorato del Narciso

Che rivede in mezzo al cielo

L’estensione decorata di un sorriso.

Che la terra non è mica il cielo

“che smetto di scrivere
e poi non smetto mai.”

Vorrei fermarti dove sei.
Che con tutto il disprezzo e la mia contrarietà, in questo mondo, che ci appartiene, tornerai qui a tormentarmi e catturarmi.
Avvicinarmi piano mentre dormo.
Che tieni stretto il desiderio, accendi il dolore e non paghi l’affitto.
E tutte le volte che prometti di scordarmi, mi fai sudare come la gente; e divento geloso ma anche più insulso.
Che sento represso un senso di nausea, e tu sei lì, che non è qui, e poi ascoltarti piano, che mi estendi le visioni, e in fondo temere di inciamparti sul corpo! distrattamente.
E semmai sapessi l’ora del tuo risveglio, fiorirei i tuoi passi, accenderei il tuo Sole.
Ti porterei la musica, i sogni e le fiamme, orchestre di nuvole bianche come colazione.
E piangeremo insieme, per ridere meglio.
Che se diventassi vento ti solleverei, che la terra non è mica il cielo.
E potrei non volerti più, ma solo fino a domani.

Che non mi sento di dover finire

A che scopo poi spiegarti cosa senti? Dissipandoti nel ventre del suo sguardo ti senti invadere di musica ed il tuo suono si trasforma. Gli occhi sanno accendere il bruciore delle rabbie, delle stragi della mente che ti immagini di notte, mentre attendi il sonno tuo, latente. È stata potenza, la grandezza del suo sguardo che ti impose la vita intorno all’animo. Poco t’importava se nel caso poi dovessi camminare sulle braci, sopra gli incubi distesi e incarceranti. E l’anima dissolve in tanta fretta. Ti vien da piangere, scappare! Riprendi a piangere e di colpo la memoria del passato ti inghiotte per errore. Un errore che hai commesso; che commetterai ancora, mille volte con dolore. E sarà sempre una ricerca continua; dei suoi occhi, il suo sorriso, il suo profumo.Cerchi in ogni dove il suo cammino. Del suo posto ne farai casa. Del suo corpo, desiderio.
E del suo nome ne farai il tuo.
E ci hai provato! ed hai fallito. Ma che importa? Riproverai ancora, e ancora fallirai. È che non ti senti di dover finire. Perché lui ti fa “tremar le vene e i polsi”. Eppure guardi il cielo! e dato che ci sei, tira un’occhiata fin dove arrivi! e poi raccontami.
Che io non vedo, che tengo gli occhi chiusi. Che forse sono un poeta, e vivo di sogni, e proprio non mi sento di dover finire.

Come un Angelo da collezione

Ed ecco qui che stai qui con te, nudo sotto un portico piovoso ed asfissiato dai vapori che hai fumato, quelle nebbie tenebrose con un mix di vandalismo e tanto alcol. Con la musica e il peccato, la dimenticanza ti ha assalito e per svago hai preferito il tuo dolore ai bei sogni. Che certo, ti ha tradito, s’è fatto qualcun altro e si è vantato!
Ma sei uscito, intingendo le tue lacrime d’azzurro, bagliore intenso, per fingere e inventare la tua nuova felicità; pronto, incauto, le caviglie strette che ti tengono su in piedi; la luce in mezzo agli occhi, sofferenti dei fumogeni attivati per negare lo sconforto.
E ti ripeti “non è niente!”, bagni le tue labbra con un succo rinfrescante.
Pettinato e profumato, decorato dai vestiti più cangianti che nascondono il tuo corpo, solo maglie firmate e boxer senza onore. Ti trascini, debole tra gli spettri di finzione, dentro un mondo artificiale creato su misura. Ti trascini coi tuoi cocktail tra i bar della città, deluso e troppo illuso dai tempi e spaventato, terrorizzato dagli spazi che ti accerchiano. Qui! Tu stai qui da solo, come sempre.
Poi lo pensi! Ed i pensieri tuoi, appannati, schiariscono del tutto in mezzo al buio. Pensi al profumo, al buon sapore, la sensazione del suo corpo, che lo tocchi e lo respiri; e le luci ti fanno sudare, lo sguardo del mondo vergognare. Inizi a sentire il tuo nome passare tra la bocca dei tanti, così fuggi, rispondi poi neghi e ti nascondi. E ti ripeti le parole, incapace di gestirle, di afferrarle, fuori di te.
Poi guardi altrove.
Ti senti un bambino disfatto, lasciato da solo in mezzo alle nuvole mentre fuori piove ed il cielo ti urla contro quanto hai sbagliato! e lo vedi, l’altro uomo che gli dorme accanto, che gli sfiora cauta la schiena, scivolando con le dita sul suo corpo mentre il tempo passa e non ti accorgi del silenzio che ti avvolge, ti incupisce e non riesci più a sfuggire.
E ti manca il respiro, ne senti la sete eppure quel che è fatto resta.
E lo sai, non puoi andare oltre, non puoi vestirti meglio e ritornare indietro. Puoi cntinuare a pensare e leggere l’angoscia, che ti sembra d’essere incapace a soffrire.

Ma tu sei una stella brilla, che si affligge nei suoi spazi violati da un estraneo che ha nutrito falsità ed emozioni. Tu ci pensi e poi lo chiami, col suo nome, come amore.
Come un angelo da collezione.