“Magari ce prennemo ‘na birra da soli da ‘r roscio”

Parte 3 di “Nun me ricordo che vor dì essere umano”

Sabato, 02.56

Marghe si chiuse la porta appresso, poi si gettò a terra dando le spalle all’entrata, poggiata al muro gelido del bagno. S’asciugò le lacrime dagli occhi, poi guardandosi le mani si accorse che s’era sbavata tutto il trucco, anche se tanto  prima d’andarsene a letto se doveva fa ‘a skincare. Si strinse le gambe con le braccia e poggiò la testa sulle sue ginocchia, coperte in parte da una gonna nera e dalla calza collant leggermente slabbrate. Stava ripensando alla faccia del fratello, l’occhio nero ed il sangue al naso. Francesco in lacrime come non l’aveva mai visto; pensava anche a Claudio, l’amico di Fra che studiava al quinto F  nella sua stessa scuola e che non sapeva se fosse ridotto meglio oppure peggio. Rialzò la testa e raccolse da terra il cellulare che poco prima aveva poggiato bruscamente buttandosi a terra. Alla mamma aveva detto fosse scarico, mentendo! Tanto sapeva non le avrebbe preso il cellulare per accertarsi fosse vero. La batteria reggeva ancora per tutto il tempo necessario per sentire Fede, l’unico amico, anzi il migliore, che voleva sentire in quel momento.

Chiamata inoltrata…

“…”
“Ao Mà, che te prenne?”
“Ciao Fè, storiacce a casa…”
“Ah sì? E te invece, ce so problemi tuoi o stai bene?”
“Io nun c’ho nulla! Però ce sta Fra chiuso in camera e coi lividi in faccia e tiene il muso co’ tutti”
“Che j’hanno fatto eh?”
“So stati dei fasci del cazzo! Nun se po manco indossà un foulard a fiori che te devono prenne a calci e a pugni”
“Me spiace Mà… ma con voi che c’ha? Du’ cojoni lo prendono a pugni e tiene il muso a voi?”
“Eh, s’è girato male a pa’… ce, mio padre nun c’ha proprio tatto, to devo dì, tanto ‘o conosci! J’ha detto che prima de inizià a vestirse mezzo da donna nun succedevano ste cose, e Fra mica l’ha presa tanto bene”
“E tu che j’hai fatto? Mica se la deve prenne co’ te”
“Niente Fè! Forse c’ha ragione però, ogni volta nun faccio niente. Avrei dovuto dì qualcosa, ‘nvece so stata zitta e je so corsa dietro solo come s’è chiuso in camera, come quando s’è dichiarato a casa”
“È tardi Mà! Nun ce sta bisogno de pressarlo adesso, daje tempo che torna come prima. Proprio come quando s’è dichiarato”
“Spero Fè, nun me piace vederlo così”
“Mo nun te pijà male! Tanto se risolve, je devi dì solo de stà più attento prossima volta. E in caso dije de chiamà, che c’annamo Nico ed io, e se nun te rompe me porto pure Gio”
“Scordate Giovanni! Alla festa me s’è accollato appena Nico t’ha riportato a casa”
“Ma nun me dire!?”
“Che è sto tono? Mica eravate d’accordo?”
“Secondo te te sbratto addosso solo per lasciarte casa de Nico senza Nico e con Gio pronto ad attaccare? E che cazzo de piano de merda sarebbe?”
“Nun me la racconti giusta Fè, tanto ‘o so che qualcosa ve dite co’ Giovanni”
“E sai che me dice? Che c’ha ‘na voja de chiederte scusa e de farsi perdonà, ma che te nun c’hai ‘ntenzione de starlo manco ad ascoltà”
“Che je devo perdonà? D’esse ‘n cojone? Nun me piace st’atteggiamento da sottone che me tira fuori, se deve prenne ‘e sue responsabilità”
“Nun c’ha scopato Mà! Stava ad una festa ed una je s’è accollata. Je stavo davanti, ho visto che nun ce stava proprio lui”
“Amò, me rompe il cazzo uguale! Se poi dovessi credere a quel che stanno a dì a scuola…”
“E che ce devi dà retta secondo te? Marghe te fidi di me? Gio me dice tutto, pure quanti minuti ce metteva a scopà co te”
“Vabbè Fè, mo nun scendiamo in sti discorsi!”
“Scusa Mà, ma t’ho detto alla festa! Nun ce sto co ‘a testa sti giorni”
“E te risponno di nuovo che me ne so accorta! Se ce stanno problemi me lo devi dì”
“Okay Mà!”
“Nun sto a scherzà!”
“Magari ce prennemo ‘na birra da soli da ‘r roscio sti giorni e me fai consulenza”
“Come ai vecchi tempi!”
“Già, come ai vecchi tempi”

Fede rise e Marghe idem, ripensando ai primi anni del liceo ed i piccoli disagi che condividevano da ‘r roscio, il barista affezionato del locale all’angolo della via dove stava la scuola.

“Basta che me dici che te prenne, che nun te vedo tanto bene”
“Marghe sta serena, nun c’ho niente”

Marghe non si trattenne ancora molto al telefono con Fede. 
Sentire la sua voce la faceva stare più serena, anche se Federico era un po’ incapace e spesso non c’azzeccava manco per niente nella scelta delle parole migliori per consolare qualcuno. Fede conobbe Marghe da bambino, quando andava al campo con Giovanni e coi bambini della via. Marghe passava l’estate coi nonni proprio accanto a quel campetto, ed ogni tanto capitava che scendeva pure lei e faceva qualche tiro col pallone. Poi si ritrovarono al primo anno del liceo, capitando in classe insieme casualmente, da subito seduti l’uno accanto all’altra, un’abitudine che si trascinarono nel tempo fino al quarto anno. All’inizio Gio era grande amico di entrambi. Lui continuò a stare a Trastevere fino al secondo anno, poi decise di cambiare scuola per non stare in mezzo a gente che proprio non gli scendeva. Non stavano tutt’e tre nella stessa classe ma vedersi all’intervallo era facile e fare vela un paio d’ore per andar dal roscio era la loro principale trasgressione che li teneva uniti. Per Marghe poi divenne più che amico. Lungo andare, sempre più vicini, iniziò l’amore e cominciarono a dire in giro di essere fidanzati. Fede non divenne mai un terzo incomodo fra i due, ma col tempo, riavvicinandosi a Nico, prese un po’ le distanze da Giovanni, senza mai dimenticarsi del calcetto il giovedì e la birretta il sabato. Federico era più contento se ci stava pure Nico, in quei pomeriggi insieme a Gio e Marghe. Ma negli ultimi tre mesi, con Marghe che non parlava più a Giovanni, e Nico alle prese con la maturità, non passava troppo tempo fuori casa, e tra una chiamata skype, una videochat su facebook o un messaggio su whatsapp, Marghe e Fede strinsero un rapporto sempre più profondo, tant’è Marghe gl’apriva il cuore ad ogni occasione e gli raccontava tutto ciò che le saltava in mente, ad ogni ora di ogni giorno, così da sentirsi qualche volta anche invadente, soprattutto per il fatto che Fede mica ricambiava. Sì, Fede le voleva un bene dell’anima, ma spesso si teneva sulle sue e di tirare fuori i suoi pensieri non aveva mai così tanta voglia. Entrare nella mente di Federico era un’impresa faticosa, eppure Marghe mica s’arrendeva, e si sforzava sempre, come quella volta, di capire che c’aveva Fede, quali fossero i suoi tormenti e cosa lo spingesse ad ogni festa a sorpassare il limite dell’alcolista, così come gli diceva, cercando di spiegargli che sbroccare ad ogni festa a 17 anni mica gli faceva onore. Però Fede non ci stava troppo attento e non gli importava se finendo a culo in terra sopra il vomito, pure quando stava ad un’uscita come un’altra, la gente lo credeva un alcolista o un mezzo tossico. Per Marghe c’era qualcosa sotto che Fede non le raccontava.

“Vedi de mantenè ‘a parola”
“Promesso Mà!”
“…”
“Ah! Scusame per sta scenata pure oggi…”
“Tranqui Fè! Me ce sto ad abituà”

Chiusa la chiamata, sollevandosi da terra reggendosi con la mano al muro, Marghe iniziò a spogliarsi e a prepararsi per gettarsi a letto, con la paura di trovare in qualche sogno il viso pesto di Francesco ancora triste.

Che non mi sento di dover finire

A che scopo poi spiegarti cosa senti? Dissipandoti nel ventre del suo sguardo ti senti invadere di musica ed il tuo suono si trasforma. Gli occhi sanno accendere il bruciore delle rabbie, delle stragi della mente che ti immagini di notte, mentre attendi il sonno tuo, latente. È stata potenza, la grandezza del suo sguardo che ti impose la vita intorno all’animo. Poco t’importava se nel caso poi dovessi camminare sulle braci, sopra gli incubi distesi e incarceranti. E l’anima dissolve in tanta fretta. Ti vien da piangere, scappare! Riprendi a piangere e di colpo la memoria del passato ti inghiotte per errore. Un errore che hai commesso; che commetterai ancora, mille volte con dolore. E sarà sempre una ricerca continua; dei suoi occhi, il suo sorriso, il suo profumo.Cerchi in ogni dove il suo cammino. Del suo posto ne farai casa. Del suo corpo, desiderio.
E del suo nome ne farai il tuo.
E ci hai provato! ed hai fallito. Ma che importa? Riproverai ancora, e ancora fallirai. È che non ti senti di dover finire. Perché lui ti fa “tremar le vene e i polsi”. Eppure guardi il cielo! e dato che ci sei, tira un’occhiata fin dove arrivi! e poi raccontami.
Che io non vedo, che tengo gli occhi chiusi. Che forse sono un poeta, e vivo di sogni, e proprio non mi sento di dover finire.

Come un Angelo da collezione

Ed ecco qui che stai qui con te, nudo sotto un portico piovoso ed asfissiato dai vapori che hai fumato, quelle nebbie tenebrose con un mix di vandalismo e tanto alcol. Con la musica e il peccato, la dimenticanza ti ha assalito e per svago hai preferito il tuo dolore ai bei sogni. Che certo, ti ha tradito, s’è fatto qualcun altro e si è vantato!
Ma sei uscito, intingendo le tue lacrime d’azzurro, bagliore intenso, per fingere e inventare la tua nuova felicità; pronto, incauto, le caviglie strette che ti tengono su in piedi; la luce in mezzo agli occhi, sofferenti dei fumogeni attivati per negare lo sconforto.
E ti ripeti “non è niente!”, bagni le tue labbra con un succo rinfrescante.
Pettinato e profumato, decorato dai vestiti più cangianti che nascondono il tuo corpo, solo maglie firmate e boxer senza onore. Ti trascini, debole tra gli spettri di finzione, dentro un mondo artificiale creato su misura. Ti trascini coi tuoi cocktail tra i bar della città, deluso e troppo illuso dai tempi e spaventato, terrorizzato dagli spazi che ti accerchiano. Qui! Tu stai qui da solo, come sempre.
Poi lo pensi! Ed i pensieri tuoi, appannati, schiariscono del tutto in mezzo al buio. Pensi al profumo, al buon sapore, la sensazione del suo corpo, che lo tocchi e lo respiri; e le luci ti fanno sudare, lo sguardo del mondo vergognare. Inizi a sentire il tuo nome passare tra la bocca dei tanti, così fuggi, rispondi poi neghi e ti nascondi. E ti ripeti le parole, incapace di gestirle, di afferrarle, fuori di te.
Poi guardi altrove.
Ti senti un bambino disfatto, lasciato da solo in mezzo alle nuvole mentre fuori piove ed il cielo ti urla contro quanto hai sbagliato! e lo vedi, l’altro uomo che gli dorme accanto, che gli sfiora cauta la schiena, scivolando con le dita sul suo corpo mentre il tempo passa e non ti accorgi del silenzio che ti avvolge, ti incupisce e non riesci più a sfuggire.
E ti manca il respiro, ne senti la sete eppure quel che è fatto resta.
E lo sai, non puoi andare oltre, non puoi vestirti meglio e ritornare indietro. Puoi cntinuare a pensare e leggere l’angoscia, che ti sembra d’essere incapace a soffrire.

Ma tu sei una stella brilla, che si affligge nei suoi spazi violati da un estraneo che ha nutrito falsità ed emozioni. Tu ci pensi e poi lo chiami, col suo nome, come amore.
Come un angelo da collezione.

Unum

Me ne stavo solo e distante dalla gente, abbarbicato nelle scale in condominio, senza dire una parola a quei passanti che scostavano il mio corpo, che cercavano il passaggio nella strada che abitavo. Urlava tutta intorno quella via già rumorosa, nel lutto del mio viso che proprio non vedeva niente. Poi s’immise l’uragano delle gambe lunghe e snelle di una donna gentilizia, che spingeva la mia giacca contro l’angolo, scocciata e incriminata d’adulterio, quando vidi la sua mano stretta a un uomo che pareva un altro uomo ma non proprio suo marito. Dunque scivolai sullo scalino un po’ più in basso e ancor più in basso quando le mie gambe vacillanti si ripresero, poi si alzarono inclinandosi e trottando. Continuando quella strada mai in discesa mi rivolsi tutto a un tratto ad un portone vecchio e logoro che spinsi senza sosta sulla strada. Ed un lampo… poi la notte! Solo notte ferma nel biancore della Luna, tempestiva nel fissarsi sull’asfalto lurido e distrutto. Poi mi volsi e mi rivolsi, volteggiando nel cinereo funerale della morte che non colse la mia anima, disposta contro il tempo a vagheggiare l’infinito senza mai più ritornare.

Ed io come un matto

Sbigottiti gli occhi più non discernevano i termini e le proprietà ma s’illusero d’abitare una mobile visione priva di misure, in cui tutta la realtà si completava nella vita lucente e liquida, sospesa in una volta celeste galleggiante, dove una donna passò agilmente con il volto luttuoso, nobile e statuaria, luminosa lungo il seno di una pietra rossa silenziosa. Ed io come un matto nuovamente bevvi dal suo seno, dissipando la mia fame, a lungo ancorata sul mio corpo scarno e indebolito; mi distesi nel suo livido occhio di pianto poi d’un tratto la pioggia cadde.