Nel mare

Nel mare sta disperso il sole
Ed io mi sdraio a terra
Ricercando tra la sabbia
Le tue mani
O forse un fiore.

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Tremavo

Tremavo

Foglia in foglia

Senza forze

Dal capo tondo

Fin sul pube

Di ricci folto

Ramoscelli

E braccia umane

Sto cadendo

Sto cadendo

con le foglie morte dell’autunno,

plano sopra l’aria, impaziente

di toccare il suolo

finché non mi tocca una folata

che mi porta via,

lontano dai miei sogni;

che mi butta in mezzo al fango,

nell’orrore del pantano

Senza che possa allontanarmi,

immobile

sotto un albero che non mi appartiene.

Unum

Me ne stavo solo e distante dalla gente, abbarbicato nelle scale in condominio, senza dire una parola a quei passanti che scostavano il mio corpo, che cercavano il passaggio nella strada che abitavo. Urlava tutta intorno quella via già rumorosa, nel lutto del mio viso che proprio non vedeva niente. Poi s’immise l’uragano delle gambe lunghe e snelle di una donna gentilizia, che spingeva la mia giacca contro l’angolo, scocciata e incriminata d’adulterio, quando vidi la sua mano stretta a un uomo che pareva un altro uomo ma non proprio suo marito. Dunque scivolai sullo scalino un po’ più in basso e ancor più in basso quando le mie gambe vacillanti si ripresero, poi si alzarono inclinandosi e trottando. Continuando quella strada mai in discesa mi rivolsi tutto a un tratto ad un portone vecchio e logoro che spinsi senza sosta sulla strada. Ed un lampo… poi la notte! Solo notte ferma nel biancore della Luna, tempestiva nel fissarsi sull’asfalto lurido e distrutto. Poi mi volsi e mi rivolsi, volteggiando nel cinereo funerale della morte che non colse la mia anima, disposta contro il tempo a vagheggiare l’infinito senza mai più ritornare.