Caro Nicolò (ultima lettera)


10/10

Caro Nicolò,
Sono giunta in questo giorno, come sempre, nella spiaggia.
Tutt’a un tratto ho calpestato questo suolo silenzioso. Poi ho sorriso, asfissiando l’intimo rimpianto inconfessato che mi accompagna nei miei giorni. Sento da quell’attimo l’intrepida mareggiata che mi accoglie nei timori.
Mi accorsi solo allora che il respiro mi mancava; non sentivo più pressione nel mio petto e mi mancava quell’istinto di portare aria ai polmoni. E né più sentivo il mio cuore battere.
Coinvolta da quel mio attimo di panico, persi la capacità di spaventarmi. Presi a sragionare e dar fuori di testa, non riuscendo a motivare la mancanza di ogni mia sensazione.
Così, corsi e corsi sulla sabbia mentre i canti rauchi del vento si levavano nell’aria percorrendo l’intera distesa, bersagliando inclemente tutto il mio corpo. Poi d’impatto caddi con un rumore sospeso. Mi crogiolai giusto un poco, trascinandomi sulla schiena e puntando il petto contro il cielo. Ed il vento si era di fretta già acquietato.
Ho compreso quale amore gli stringeva il cuore; stregato dalle rotte, attratto dai fari, ed invaghito di quei nomi che vibravano dalle lingue
care dei suoi marinai; lui, egocentrica figura che mi infesta i più bei sogni, senz’altro non fu mai facile comprenderne i pensieri. Eppure sognava nient‘altro che vivere in libertà.
Ed il sospiro malizioso di quel mare, s
‘intromise cauto nei miei pensieri più informali, inserendomi l’idea di gettarmi in mezzo all’acqua, musicante della vita silenziosa che vi pulsa tra le onde.
Poi cedetti in un tenue sonno che mi avvolse. E mentre chiudevo gli occhi, avvolta dal buio, mi sentivo allungare così tanto da toccare le sue forme che s’agitavano con un caldo ritmo nelle mie mani. Tutt’a un tratto lo osservavo mentre dipingeva le sue mani nell’acqua cristallina e nonostante la leggera penombra di primo mattino, vidi quei suoi muscoli lavorare avanti e indietro mentre strofinava lento le sue mani. Gli andai incontro raggiungendo il molo che scricchiolava sotto i miei passi e lui alzò lo sguardo distratto dal rumore.

E mi chiamava. Col mio nome, mi chiamava.
E tu, distante, non hai forse convinzioni tanto forti e nemmeno possibilità per fermarmi.
Che desidero incontrarlo, un’altra volta, in fondo al mare.

Caro Nicolò (settima lettera)

01/10

Quando penso al mio avvenire, che si desta al sol pensiero di quei giorni miei passati, mi abbandono alle memorie per vagare tra le fronde e sotto gli alberi, per rivedere quelle sponde mie segrete, tra le onde che nel lambire la sabbia cantano il mio amore lontano. Oh, come batte diversamente il mio cuore, oggi!
E sebbene sia solo un’altra notte passata a mirar le stelle, sebbene sia solo unaltra incantevole notte, qua riesco ancora a sentire il suo respiro attraversare le corde profane all’interno della sua gola.
Nicolò mio, se solo mi vedessi adesso, invasa dal dolore!
Che in vero ora somiglio di più a quegli sventurati di cui la libertà s’è persa nel tardare la vita. M‘immischio ormai in perfetta armonia con gli afflitti, che infatti vi trovo alcunché di perverso ed infausto fra l’uomo rigoglioso.
Il mio viso, di una donna che continua a fuggire
al tempo e che ormai vive senza scopo, sarà mica diventato troppo ambiguo o anche sgradevole?
Sempre, ormai, a casa le finestre sono chiuse!
Adesso il mio fiato cade solo sui libri, o sui miei quadri, e mi dicono di aver lo sguardo fiacco e degli occhi stanchi in questi mesi leziosi pervasi dell’odore di sventura. Oh! Non saprei come passare il tempo. Sempre ho i pensieri occupati da lui. Come posso posso essere felice lontano da lui? Spero tanto di gioire un poco, almeno scrivendoti…
Christopher era una goccia d’acqua fragile e complessa, che però non poteva cadere, troppo legata alla sua strada, la sua vita di falsi sorrisi sul viso.
Fortunati, sereni e ricchi! Oh Nicolò, un tempo viaggiare ci stava d’incanto. Sarebbe stato bellissimo aver nulla da fare per tutto il giorno, ma solo uscire insieme a vagheggiare.
E mi pare che ne sarei stata solo più che felice.
E invece il mare più volte doveva portarmelo via.
Oh, com’è tremendo il mare!
L’immenso dolore gli appartiene, eppure è quel mare che sempre continua a farmi sentire il suo respiro.

Christopher aveva un gusto enigmatico.
Quasi quanto i suoi pensieri.
Christopher, solo come stava, per lungo tempo non diceva mai ciò che avrebbe desiderato fare di bello.
Se parlava non parlava sul serio.
Agiva, e di certo non sbagliava.
Tesseva e ricamava con la sua mano capricciosa un’estesa trama di ricchezze e meraviglie; sagomava il mio futuro con quelle azioni di regia, poche piccole impressioni e decisivi movimenti che rivoluzionavano l’evolversi della nostra strada.
Catterina dice che non ho saputo preservare la mia felicità, solo perché troppo stupida. Che io stessa non ho voluto stare bene e che lei non ha colpe.
E chi mai è colpevole, mio buon Dio?
Singhiozzo e piango, ho un accesso di tremore; quanto tempo che scrivo poi, tanto che la cera è quasi spenta.
Il dolore, Nicolò, il dolore in quelle parole.

Caro Nicolò (quinta e sesta lettera)

18/07

Al palazzo, vicino alla cucina c’è una stanzetta così modesta, una specie di camera. Vi sono anche ambienti ben migliori e la finestrella mi pare così stretta che vi ci vedo solo di sfuggita; v’è un letto ed una cassa, qualche seggiola e la tavola con sopra una pesante lastra di marmo.
Fu il primo incontro in casa
di nostra cugina; alcuni saloni di questo palazzo sono molto frequentati per le mense nobiliari. Dal villaggio signorile vengono in massa per gustare le ricchezze di famiglia. E Christopher venne al palazzo alcuni minuti prima dell’ora decisa; nella discrezione di non mostrarsi ad alcuno ci nascondemmo nella stanza, stipati al buio e rasserenati dai nostri respiri; raccontava dei suoi viaggi e i suoi successi! Con la sua voce risonante, ogni sua parola, anche se volgare, pareva crogiolarsi in nuove grazie e si vestiva di emozione e bellezza.
Oh Nicolò, ripensare a ciò che lì ho vissuto m’inturgidisce tutta.
In un riflesso intransigente trascinò via la mia mano sinistra, fece leva sulla presa allungandomi un po’ il viso. Collise la mia bocca alle sue labbra rosee e morbide.
Subitamente un minimo residuo d’istinto mi rese tesa, ma la delicatezza con cui sorprese il mio respiro diede modo alle mie poche resistenze di sciogliersi, imprimendo in me la distinguibile volontà di lasciare la mia anima nel suo cuore.
Veramente mi assaggiava come mordesse una fresca fragola di stagione, liberandosi dei sapori virili che mi si diffusero poi in tutto il corpo, imprimendomi sulla lingua quell’eccesso di vibrazioni e sussulti corporei di enorme intensità.
Dopo poco sentii le sue mani esplorarmi sotto la
veste fin quanto che i nostri mancati respiri ci obbligarono ad allontanarci l’uno dall’altro.
Mi spinse di forza sul letto che accolse il nostro peso piegandosi morbidamente. Sfiorai la sua schiena silenziosa che sentii ritrarsi al contatto gelido delle mani. Le sue spalle emergevano nell’ombra, pallide come un cencio, allontanate da un piccolo solco che percorreva tutto il dorso.
Sentii il mio ventre cantare la voglia che sopraggiungeva, mentre cercava intensamente i miei sapori e con clemenza m’accarezzava la pelle col respiro. Scoprivo saltuariamente nei sospiri la splendida origine del mondo intero che si propagava tra le mie gambe fresche e determinate. Un mare vigoroso e inebriante, forte e oscuro, misterioso nei suoi solfeggi e tanto acceso di emozione.
Dimmi Nicolò se per caso sbaglio ad affidarmi tanto a un uomo così vivo! Mi è difficile resistergli; credo proprio d’amare ogni sua espressione, ogni sua oscillazione, tempestose informazioni sopra un tavolo da guerra in alto mare.

16/09

Ne sono devastata. Nel mattino ho invano atteso la sua barca scivolare sulle onde nel cammino verso il porto. Nel frattempo ho terminato i miei lavori nel rimirare il mare, dipingendone i momenti: quando il Sole si levava, quando batteva sui capelli e persino quando prese a scivolare nelle nuvole.
Rimasi inquieta, tingendo quella tela con freddezza; fissavo il mare, lo incupivo coi colori, rivestendolo di scuri e poca luce. Con veemenza ne agitavo il movimento, disegnando anomalie e alterazioni, trasmutando la realtà con terribili menzogne.

Non distinsi più i colori, solo spazi e vibrazioni luminose. Con ogni pennellata mi accingevo a contemplare il mio dolore, attimo dopo attimo, sempre più corrosivo e consapevole.

Rifiuto questa cena, domattina m’incammino in mezzo al bosco per raggiungere la spiaggia; qualche passo nei giardini mi ha distratta, son più lucida e serena, spero solo in un ritardo e che le vele rosseggianti mi appaiano in silenzio all’orizzonte.
Nicolò, compatiscimi.

 

 

Caro Nicolò (quarta lettera)

02/06

Questa mattina giunsi con la fretta nella spiaggia desolata. Da lontano risaltava il faro eretto a sfidare il mare, così brillante che sembrava gridarmi in fronte nel mattino silenzioso. Aspettavo ritornasse dal suo viaggio di lavoro.
Per l’occasione sono stata molto attenta nel vestirmi e nel truccarmi: i
ndossavo quel mio viso come un comodo tailleur in pizzo bianco cucito ad impronta sul mio corpo, per adattarsi alle poche ciocche bionde che mi coprono la fronte. Sulle spalle portavo una debole mantella di cachemire, intarsiata da giovani tinte di chiffon che coprivano la parte superiore di quel mio abito leggero del tessuto gentile e garbato che mi hai spedito la scorsa settimana. È proprio del colore del sale ed i bottoni luminosi sul seno mi circondano di balze corte e morbide che mi avvolgono sul bacino, fino a svolazzare sulle mie ginocchia ossute. Oh, Nicolò, avresti dovuto vedermi.
Cammina
vo un poco sulla spiaggia ammutolita, animata solo dal fragore delle onde che si infrangevano agli scogli. Il mare pareva un quadro ad olio disteso all’orizzonte; il cielo era già estivo e il Sole folgorava mutando le ombre; era tutto un chiaro e cristallino azzurro che l’acqua rifletteva ingrigendolo solo un poco. Sotto i piedi la sabbia era tiepida, ma umida! E la brezza mi toccava sotto i fianchi, bisbigliando tenere soffiate di malinconia. Mi sentivo leggera e in quiete.
Avevo tanta voglia di lasciarmi rotolare nel pendio fino al mare, finché non mi fossi fermata a corpo morto sulle onde. Invece me ne stetti in piedi per un poco, poi scivolai sulla sabbia, accavallai le gambe l’una sull’altra, incrociandole in una complessa posizione. Espirai lentamente rilassando per bene i muscoli della schiena così che si sciolsero completamente. Riaperti gli occhi presi a guardarmi attorno; a poco a poco i miei pensieri presero a svincolare dal frangente ed iniziarono ad ondeggiare, fluidificandosi nell’aria, sfolgorando di fronte al Sole. Mi distesi sulla schiena, godendomi il calore che mi scaldava il viso.
L’incuria del Sole non fece che scaldarmi tutto il tempo; son rimasta un po’ arrossata sulle spalle! però prima d’andare via decisi di gettarmi in mezzo all’acqua, facendomi coraggio.
Ma non preoccuparti Nicolò, non sono stata incauta; ho immerso prima i piedi e li dondolavo picchiettando il fondo. M’inoltrai nel cauto ondeggiare e mi feci sfuggire anche qualche gemito subendo quello poche applicazioni preliminari d’acqua fresca per abituare i fianchi.
Menomale che nessuno stava nei dintorni!
Con coraggio ho immerso anche le spalle, bagnando un po’ i capelli che ancora adesso mentre scrivo sono arricciati e sanno di sale.
Ho intenzione di farmi insegnare a nuotare; il mare mi ricorda il suo odore e i suoi silenzi,
e quando lui parte la spiaggia mi fa sempre compagnia. E che spettacolo vedere quelle vele che s’avvicinano veloci al porto.
Ormai adoro anche aspettarlo ritornare.


Nicolò, questa notte ho indugiato tanto nello scriverti, per quanto ancora ero presa dall’emozione, che s’è fatto così tardi e la candela si è spenta; ma volevo ancora raccontarti del suo arrivo! Ancora la gioia m’infiamma al solo ricordo.
Mi raggiunse sulla spiaggia congedando i suoi compagni, così gli confessai il desiderio che mi aveva preso di imparare a nuotare! Mi tirò via con sé spingendosi in acqua.
Fu un tuffo tanto brusco e inaspettato che mi fece rabbrividire tutta, così gli cinsi i fianchi, cavalcando quell’ondeggiare fluido dell’acqua sul suo corpo. Accompagnai osso per osso le mie dita sul suo costato mentre lui percorreva un movimento ascendente mirato a raggiungere il retro del mio collo.
In un attimo mi fece ondeggiare, lì sull’acqua, come che il mio fosse un corpo senza vita.
Fu così straordinario! Alla fine io adagiai le mie mani alle sue spalle, liberando tutta la tensione e lasciandomi trascinare dalla leggera pulsione naturale che s’apprestava ad affrettarmi il cuore e faceva fremere il mio corpo nudo.
Oh Nicolò, io rabbrividii sentendo le sue lunghe dita accarezzarmi la pelle, e di riflesso strinsi quel suo segreto avambraccio che cauto mi scivolò dalla presa spingendosi su di me ed il mio corpo. Le sue mani strisciarono con un grande bisogno d’amore, senza parole, silenziose, e viaggiarono sul mio seno umido, disegnando la forma della passione.
Oh, quella notte lui mi convinse in perversione, invase le mie forme, ne sconvolse gli equilibri, irrigandomi i pensieri di nuvole e fluidi incessanti. S’intromise tanto da rendere complesso il riconoscere ciascuno il proprio odore. Divorò il mio ventre, scivolò sul mio sudore, nutrendosi di ogni mio ormone liberato nella tenera notte.
Oh, Nicolò, vissi più felice che la regina d’Inghilterra.

Caro Nicolò (terza lettera)

(Dopo una mancanza di circa una settimana causa salute, ritorno qua ad aggiornare il blog)

 

12/05

Fratello mio, io sono stata felice, davvero felice come non si può essere. Io tempo fa ho vissuto la più bella delle Nature! Era armonia; era infinitamente ricca.
Facevo due passi sulla spiaggia verso sera. All’improvviso alzai gli occhi, e vidi il cuore mio balzarmi fuori.
Errava a lungo fuor di sé per le spiagge solitarie e nel mentre lo seguivo segretamente per poterlo avvicinare, e giunti tanto vicini da sentire ciascuno il soffio dell’altro sul proprio viso, mi stese la mano e si sedette al mio fianco. E che potrei più dire? Quell’ebbrezza mi aveva infiammata. Io, adagiando il mio scalpitante cuore alle sue mani, presi ad ardere, appiccata inerme da quel fuoco riguardoso.
D’improvviso una specie di sentimentale riguardo strinse la mia anima.
E quindi accolsi in me un pensiero tormentoso, un rovente desiderio: dar forma a quel mio amore immenso, esteso intreccio di soavi sensazioni del più sagace degli spiriti. E disperso nel profondo del mio animo riesco ancora a ripetere il fascino che ho nutrito nel guardare quel suo corpo intriso di perversa gioventù, violentemente attratto dalle più naturali seduzioni dell’uomo.
I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto l’influenza del tramonto tumultuoso che lontano sapriva, coperto e soffocato da un’immagine di nuvole che nemmeno sapevo collocare; la vita mi sembrava così distratta, seppure lì un po’ meno, tra le alghe rinsecchite lanciate dal mare e le sabbia turbata dal vento, che me la tirava contro.
Nicolò, mio caro! Christopher venne a me nel modo in cui le assi di legno di un vecchio relitto distrutto da tempo raggiungono la riva, stremati e marciti, con quell’odore inconfondibile di mare e di bagnato.
Ho visto così il bel fiorire della sua gioventù; era ben levigato, esperto di vita e fin troppo disinvolto, ignorante delle sue pene e superstite delle rabbie delle onde costanti che lo facevano balzare da un estremo all’altro della vita.
Ammiravo da lontano le sue forme e i misteriosi accordi che il respiro suonava contraendogli l’addome. Mi sentivo pienamente in diritto di credere a tutta quella eccitazione, a quella vita, che era qualcosa di esistente e non un incerto miraggio.
E lo vidi afferrare i suoi sogni e seguirli con quegli sguardi un po’ affilati con cui graffiava le vene delle persone più impressionabili.
E mi allettava tanto venirgli incontro; più volte poi ho frugato e scandagliato il cielo, per scovare un codice stellare che potesse accompagnarmi in mezzo ai suoi occhi.
Tentai di scorgere delle carte nautiche per quelle intrepide rotte di frequente mutamento.
Vi furono immense gioie sul suo viso e mille mani che ci accarezzavano. E i suoi occhi splendevano, piccoli smeraldi alla luce bassa della Luna. Il suo sguardo era quello di un bimbo felice. Sulla sua faccia chiara vigeva il colore.
Oh, all’aspetto mostrava tutta una certa eleganza che, giuro, la gente passava il suo tempo a guardarlo.
Ed ebbi giusto il tempo e la fortuna d’amarlo, il tanto da imprimerlo per bene nel mio cuore.
I nostri corpi si attraevano in un’incredibile sincronia di passi e sospiri; aveva ciglia complesse, alte e piuttosto inarcate, occhi di terra, lontani dal rumore delle parole che vibravano fuori dalla sua bocca digiuna; le sue labbra erano di seta, una carne morbidissima.
E l‘amore, nella sua pienezza, intriso di tormenti e gioie, ci invase…
I miei occhi l’avevano osservato, stimato e perquisito, sfacciatamente più che un riflesso, mentre lui discorreva con le labbra e volteggiava con lo sguardo.
V‘era tanto da adorare tra quegli splendidi orizzonti.
Oh, Nicolò era una sera dai bei colori, quelli giusti da intonare sopra un quadro con le mani di Monet.

Caro Nicolò (prima e seconda lettera)

02/05

Caro Nicolò,
Sono giunta questa mattina nella casa di nostra cugina. Le isole di nostra proprietà sono tutte bellissime. Vi crescono i fiori e la terra è morbida!
La brezza è leggera ed il mare setoso; il piccolo porto ci lascia in mezzo alla natura, su una
stuoia leggera e terrosa ricoperta da un velo di sabbia quasi bianca e molto morbida. Abbiamo attraversato una distesa boscosa di alberi alti che si stagliano rigogliosi e di cui amo il frusciare. Nel cammino ho riconosciuto un paio di querce e una serie di castagni che s’inseriscono più in profondo nelle straducce abitate da salici e pioppi che tirando ancora più avanti fanno spazio alle pinacee che incupiscono un poco il cammino.
Tra quei sentieri indefiniti di tanto in tanto trapelavano rumori, forse tracce d’animali messi in fuga, lamenti e versi in lontananza, ma non spaventosi. E all’arrivo le api sciamavano nei tronchi degli abeti più giovani, trapiantati a ridosso delle mura e dei nostri cancelli. Quelle immense piante fanno da schermo a quella vita affaccendata tra le foglie rinsecchite, i cespugli in fioritura e le vene d’acqua cristallina.
Non ne ho ancora esperienza, ma dicono che di fuori, al lato opposto alla riva a cui sono approdata, si allarghino campi e frutteti di maestà imperiale. Che beltà! e che ricchezza vige in questi terreni! Gli anni di studio mi saranno tanto cari su
queste sponde serene.
La mia stanza è piena dell’intenso odore di peonie. Quando il vento s’infiltra, penetra anche il buon profumo di aquilegia e dei germogli di fiordaliso che si arrampicano lungo queste travi d’acacia. Lungo le pareti alcuni mobili di legno decorano e riempiono l’ambiente; smalti, vetri, ceramiche preziose, vividi argenti e vasi colorati abbelliscono ed illuminano le angoliere lavorate. Ho messo le tele di fianco alla porta, su un mobile castano. E da qua dove sono distesa, appena adagiata sopra i cuscini in seta, scorgo di riflesso, attraverso queste tende ricamate, i frutti di un ciliegio che si alza a toccare il ventre delle stelle e che regge il grande cielo che sovrasta il giardino.
Nicolò, ora la notte s’appresta, la luce fredda della Luna già s’inoltra chiara come acqua; la natura dondola di un vibrato contagioso che pare si proietti e comunichi con tutte le cose.
Adesso ti saluto, caro fratello, rispondimi al più presto.

09/05

Ieri, nel mattino, dipingevo le onde che schiumavano la riva. Gli scogli salini e biancastri si confondevano con la sabbia che veniva bagnata dal mare sfumato di un certo turchino; il chiaro azzurro faceva cantare la mia tela morbida.
Di propria natura, qua il mare indossa sempre abiti cangianti e luminosi, gli azzurri più belli:
ceruleo nel mattino ed uno splendido cobalto nella sera. Qualche notte si tinge invece d’oltremare, come quegli splendidi ornamenti in lazurite o i lapislazzuli di nostra madre.
Bensì ieri ho ammirato quel colore che mi ha colpito sin dal primo sguardo. Un Tiffany di formidabile nuance, sfumature calme e delicate come un abito di Satin cerimoniale.
Ti descrivo quest’immagine, eppure non saprei nemmeno sino a che punto sia riuscita a difenderne il riflesso nel dipinto; e mi accorsi, dipingendo, della forza di quel mare e della luce che esso emana… di riflesso, certamente, ma senz’altro dovevo cercare d’improntarla sulla tela, ricordarne la bellezza.
Avrai il mio lavoro, Nicolò, ti arriverà con questa lettera. Ti prego di metterlo in vista nel salone degli ospiti, voglio che tutti partecipino nel godere questo mare.