Unum

Me ne stavo solo e distante dalla gente, abbarbicato nelle scale in condominio, senza dire una parola a quei passanti che scostavano il mio corpo, che cercavano il passaggio nella strada che abitavo. Urlava tutta intorno quella via già rumorosa, nel lutto del mio viso che proprio non vedeva niente. Poi s’immise l’uragano delle gambe lunghe e snelle di una donna gentilizia, che spingeva la mia giacca contro l’angolo, scocciata e incriminata d’adulterio, quando vidi la sua mano stretta a un uomo che pareva un altro uomo ma non proprio suo marito. Dunque scivolai sullo scalino un po’ più in basso e ancor più in basso quando le mie gambe vacillanti si ripresero, poi si alzarono inclinandosi e trottando. Continuando quella strada mai in discesa mi rivolsi tutto a un tratto ad un portone vecchio e logoro che spinsi senza sosta sulla strada. Ed un lampo… poi la notte! Solo notte ferma nel biancore della Luna, tempestiva nel fissarsi sull’asfalto lurido e distrutto. Poi mi volsi e mi rivolsi, volteggiando nel cinereo funerale della morte che non colse la mia anima, disposta contro il tempo a vagheggiare l’infinito senza mai più ritornare.

Ed io come un matto

Sbigottiti gli occhi più non discernevano i termini e le proprietà ma s’illusero d’abitare una mobile visione priva di misure, in cui tutta la realtà si completava nella vita lucente e liquida, sospesa in una volta celeste galleggiante, dove una donna passò agilmente con il volto luttuoso, nobile e statuaria, luminosa lungo il seno di una pietra rossa silenziosa. Ed io come un matto nuovamente bevvi dal suo seno, dissipando la mia fame, a lungo ancorata sul mio corpo scarno e indebolito; mi distesi nel suo livido occhio di pianto poi d’un tratto la pioggia cadde.