Caro Nicolò (settima lettera)

01/10

Quando penso al mio avvenire, che si desta al sol pensiero di quei giorni miei passati, mi abbandono alle memorie per vagare tra le fronde e sotto gli alberi, per rivedere quelle sponde mie segrete, tra le onde che nel lambire la sabbia cantano il mio amore lontano. Oh, come batte diversamente il mio cuore, oggi!
E sebbene sia solo un’altra notte passata a mirar le stelle, sebbene sia solo unaltra incantevole notte, qua riesco ancora a sentire il suo respiro attraversare le corde profane all’interno della sua gola.
Nicolò mio, se solo mi vedessi adesso, invasa dal dolore!
Che in vero ora somiglio di più a quegli sventurati di cui la libertà s’è persa nel tardare la vita. M‘immischio ormai in perfetta armonia con gli afflitti, che infatti vi trovo alcunché di perverso ed infausto fra l’uomo rigoglioso.
Il mio viso, di una donna che continua a fuggire
al tempo e che ormai vive senza scopo, sarà mica diventato troppo ambiguo o anche sgradevole?
Sempre, ormai, a casa le finestre sono chiuse!
Adesso il mio fiato cade solo sui libri, o sui miei quadri, e mi dicono di aver lo sguardo fiacco e degli occhi stanchi in questi mesi leziosi pervasi dell’odore di sventura. Oh! Non saprei come passare il tempo. Sempre ho i pensieri occupati da lui. Come posso posso essere felice lontano da lui? Spero tanto di gioire un poco, almeno scrivendoti…
Christopher era una goccia d’acqua fragile e complessa, che però non poteva cadere, troppo legata alla sua strada, la sua vita di falsi sorrisi sul viso.
Fortunati, sereni e ricchi! Oh Nicolò, un tempo viaggiare ci stava d’incanto. Sarebbe stato bellissimo aver nulla da fare per tutto il giorno, ma solo uscire insieme a vagheggiare.
E mi pare che ne sarei stata solo più che felice.
E invece il mare più volte doveva portarmelo via.
Oh, com’è tremendo il mare!
L’immenso dolore gli appartiene, eppure è quel mare che sempre continua a farmi sentire il suo respiro.

Christopher aveva un gusto enigmatico.
Quasi quanto i suoi pensieri.
Christopher, solo come stava, per lungo tempo non diceva mai ciò che avrebbe desiderato fare di bello.
Se parlava non parlava sul serio.
Agiva, e di certo non sbagliava.
Tesseva e ricamava con la sua mano capricciosa un’estesa trama di ricchezze e meraviglie; sagomava il mio futuro con quelle azioni di regia, poche piccole impressioni e decisivi movimenti che rivoluzionavano l’evolversi della nostra strada.
Catterina dice che non ho saputo preservare la mia felicità, solo perché troppo stupida. Che io stessa non ho voluto stare bene e che lei non ha colpe.
E chi mai è colpevole, mio buon Dio?
Singhiozzo e piango, ho un accesso di tremore; quanto tempo che scrivo poi, tanto che la cera è quasi spenta.
Il dolore, Nicolò, il dolore in quelle parole.

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