Caro Nicolò (quinta e sesta lettera)

18/07

Al palazzo, vicino alla cucina c’è una stanzetta così modesta, una specie di camera. Vi sono anche ambienti ben migliori e la finestrella mi pare così stretta che vi ci vedo solo di sfuggita; v’è un letto ed una cassa, qualche seggiola e la tavola con sopra una pesante lastra di marmo.
Fu il primo incontro in casa
di nostra cugina; alcuni saloni di questo palazzo sono molto frequentati per le mense nobiliari. Dal villaggio signorile vengono in massa per gustare le ricchezze di famiglia. E Christopher venne al palazzo alcuni minuti prima dell’ora decisa; nella discrezione di non mostrarsi ad alcuno ci nascondemmo nella stanza, stipati al buio e rasserenati dai nostri respiri; raccontava dei suoi viaggi e i suoi successi! Con la sua voce risonante, ogni sua parola, anche se volgare, pareva crogiolarsi in nuove grazie e si vestiva di emozione e bellezza.
Oh Nicolò, ripensare a ciò che lì ho vissuto m’inturgidisce tutta.
In un riflesso intransigente trascinò via la mia mano sinistra, fece leva sulla presa allungandomi un po’ il viso. Collise la mia bocca alle sue labbra rosee e morbide.
Subitamente un minimo residuo d’istinto mi rese tesa, ma la delicatezza con cui sorprese il mio respiro diede modo alle mie poche resistenze di sciogliersi, imprimendo in me la distinguibile volontà di lasciare la mia anima nel suo cuore.
Veramente mi assaggiava come mordesse una fresca fragola di stagione, liberandosi dei sapori virili che mi si diffusero poi in tutto il corpo, imprimendomi sulla lingua quell’eccesso di vibrazioni e sussulti corporei di enorme intensità.
Dopo poco sentii le sue mani esplorarmi sotto la
veste fin quanto che i nostri mancati respiri ci obbligarono ad allontanarci l’uno dall’altro.
Mi spinse di forza sul letto che accolse il nostro peso piegandosi morbidamente. Sfiorai la sua schiena silenziosa che sentii ritrarsi al contatto gelido delle mani. Le sue spalle emergevano nell’ombra, pallide come un cencio, allontanate da un piccolo solco che percorreva tutto il dorso.
Sentii il mio ventre cantare la voglia che sopraggiungeva, mentre cercava intensamente i miei sapori e con clemenza m’accarezzava la pelle col respiro. Scoprivo saltuariamente nei sospiri la splendida origine del mondo intero che si propagava tra le mie gambe fresche e determinate. Un mare vigoroso e inebriante, forte e oscuro, misterioso nei suoi solfeggi e tanto acceso di emozione.
Dimmi Nicolò se per caso sbaglio ad affidarmi tanto a un uomo così vivo! Mi è difficile resistergli; credo proprio d’amare ogni sua espressione, ogni sua oscillazione, tempestose informazioni sopra un tavolo da guerra in alto mare.

16/09

Ne sono devastata. Nel mattino ho invano atteso la sua barca scivolare sulle onde nel cammino verso il porto. Nel frattempo ho terminato i miei lavori nel rimirare il mare, dipingendone i momenti: quando il Sole si levava, quando batteva sui capelli e persino quando prese a scivolare nelle nuvole.
Rimasi inquieta, tingendo quella tela con freddezza; fissavo il mare, lo incupivo coi colori, rivestendolo di scuri e poca luce. Con veemenza ne agitavo il movimento, disegnando anomalie e alterazioni, trasmutando la realtà con terribili menzogne.

Non distinsi più i colori, solo spazi e vibrazioni luminose. Con ogni pennellata mi accingevo a contemplare il mio dolore, attimo dopo attimo, sempre più corrosivo e consapevole.

Rifiuto questa cena, domattina m’incammino in mezzo al bosco per raggiungere la spiaggia; qualche passo nei giardini mi ha distratta, son più lucida e serena, spero solo in un ritardo e che le vele rosseggianti mi appaiano in silenzio all’orizzonte.
Nicolò, compatiscimi.

 

 

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