Blu come l’Eden

Del blu,
che s’impose sul mio sguardo,
nel silenzio della porpora
ammutita
nelle labbra, crogiolanti
e lievi tra le note
di una musica ancestrale.
Avida ambizione,
oltre il gran vociare
della gente
s’esprimeva rigoglioso il proferire
gonfio d’arte, della voce
sua ed intensa,
come poche se ne sentono,
come poche te ne inebriano.

Del blu
delle viscere profonde e più corpose,
del blu del sangue di una vita senza more
ridondante senza il sole,
del blu di quei soli senza autore.

Del blu
di quel fuoco artificiale
sotto il nembo
verticale di chi nasce,
della vita in mezzo all’Eden
dei sudori e del tuo vino
che m’accende.
mi ubriaca

del tuo palco, e i tuoi capelli.

D’amore, in altre parole

Calpestando i fiori, coi tuoi passi m’hai tradito.
Come strascico imbranato, imbrattato dalla terra, vado stretto; stretto al muro, denudandomi ogni passo, delle risse lancinanti col mio cuor che vuol restare.
Quello sguardo che ti ha spinto con dolcezza in arrabbiate, estese compulsioni, quello sguardo che dà incubo al mio sonno senza incanto.
Come un cane, affamato posseduto dai contorni d’abitudine, fuggo cercando certi odori, certi amori, tante e tante sensazioni distillate dalle frasi di cui mai m’è dato conoscere l’origine, conoscerne la vita.
Nell’intimo m’inganno, di fuori sono scaltra creatura del mio cielo

Fiori intatti

Per l’ultima volta scrivo di te.
Ultima volta che intingo le dita sul ventre tuo, tenero e demonio.
Ultima volta che a parlarti ci perdo la voce e il vibrato dissolve nel vuoto.
Che, codardo col mio amore, me ne strappi vene e nervi, dondolando nel tuo dubbio.
E di usarmi tu hai finito, ma di usarmi morirai.
Ma tu cambia il cuore, resta vivo e sputa il tuo veleno nero che ha sempre un buon sapore, che sempre sa di libertà; tu denuda le tue labbra, che proprio quel sapore ti fa male.

Porta le tue oscene mani su di me, concediti il respiro degli odori dei miei fiori, inermi sin d’allora, nascosti troppo tempo in mezzo al buio, disseccati, sempre e a lungo fiori intatti come solo tu hai voluto.
Portami il colore che mi manca e non essere banale, e non essere immorale senza me.
Per una volta, nasci dentro me, marcisci dentro me, con niente tra noi due, di troppo.
Entra, dentro, solo dentro, in fondo, per scoprire la tua volontà, se hai ancora razionalità.
Cerca nella pelle, poi decidi e non guardarmi.
Può piacermi ancora il tuo calore, eppure contro te si muore.
Ma ormai non sai di niente!

Non una bambola

Non son fatto di plastica, non vesto vernice e nemmeno ceramica; la gente mi tocca, la pelle si tinge, le lacrime calano da entrambe le palpebre.
Le gambe mi danzano, la testa ha dei limiti, la mente è infinita. Le dita distinguono il movimento, posso cadere ed inginocchiarmi, e posso stare da solo in piedi.
Se voglio dipingo parole nell’aria, respiro il calore e sento il tremore d’inverno.
Mi crescon le unghie, le pianto per terra e sento fruttare il fastidio; se grido, la voce non manca, eppure la gola si infiamma e posso soffrire.
Sento il dolore, ma vedo anche il cielo; provo paura e impallidisco! so correre e saltare.
Eppure le labbra si fingono inferno.
Mi nutro di parole, vivendo a testa al Sole ma pensando al nebuloso.
E se mi vedessi fuggiresti via, ma vorrei stringerti un momento e non amarti più, in mezzo al petto e la rivoluzione.
E non ti voglio più, non sono quella bambola, ma vivo attorno a te.
Eppure potrei perdonarti!

Caro Nicolò (ultima lettera)


10/10

Caro Nicolò,
Sono giunta in questo giorno, come sempre, nella spiaggia.
Tutt’a un tratto ho calpestato questo suolo silenzioso. Poi ho sorriso, asfissiando l’intimo rimpianto inconfessato che mi accompagna nei miei giorni. Sento da quell’attimo l’intrepida mareggiata che mi accoglie nei timori.
Mi accorsi solo allora che il respiro mi mancava; non sentivo più pressione nel mio petto e mi mancava quell’istinto di portare aria ai polmoni. E né più sentivo il mio cuore battere.
Coinvolta da quel mio attimo di panico, persi la capacità di spaventarmi. Presi a sragionare e dar fuori di testa, non riuscendo a motivare la mancanza di ogni mia sensazione.
Così, corsi e corsi sulla sabbia mentre i canti rauchi del vento si levavano nell’aria percorrendo l’intera distesa, bersagliando inclemente tutto il mio corpo. Poi d’impatto caddi con un rumore sospeso. Mi crogiolai giusto un poco, trascinandomi sulla schiena e puntando il petto contro il cielo. Ed il vento si era di fretta già acquietato.
Ho compreso quale amore gli stringeva il cuore; stregato dalle rotte, attratto dai fari, ed invaghito di quei nomi che vibravano dalle lingue
care dei suoi marinai; lui, egocentrica figura che mi infesta i più bei sogni, senz’altro non fu mai facile comprenderne i pensieri. Eppure sognava nient‘altro che vivere in libertà.
Ed il sospiro malizioso di quel mare, s
‘intromise cauto nei miei pensieri più informali, inserendomi l’idea di gettarmi in mezzo all’acqua, musicante della vita silenziosa che vi pulsa tra le onde.
Poi cedetti in un tenue sonno che mi avvolse. E mentre chiudevo gli occhi, avvolta dal buio, mi sentivo allungare così tanto da toccare le sue forme che s’agitavano con un caldo ritmo nelle mie mani. Tutt’a un tratto lo osservavo mentre dipingeva le sue mani nell’acqua cristallina e nonostante la leggera penombra di primo mattino, vidi quei suoi muscoli lavorare avanti e indietro mentre strofinava lento le sue mani. Gli andai incontro raggiungendo il molo che scricchiolava sotto i miei passi e lui alzò lo sguardo distratto dal rumore.

E mi chiamava. Col mio nome, mi chiamava.
E tu, distante, non hai forse convinzioni tanto forti e nemmeno possibilità per fermarmi.
Che desidero incontrarlo, un’altra volta, in fondo al mare.

Caro Nicolò (settima lettera)

01/10

Quando penso al mio avvenire, che si desta al sol pensiero di quei giorni miei passati, mi abbandono alle memorie per vagare tra le fronde e sotto gli alberi, per rivedere quelle sponde mie segrete, tra le onde che nel lambire la sabbia cantano il mio amore lontano. Oh, come batte diversamente il mio cuore, oggi!
E sebbene sia solo un’altra notte passata a mirar le stelle, sebbene sia solo unaltra incantevole notte, qua riesco ancora a sentire il suo respiro attraversare le corde profane all’interno della sua gola.
Nicolò mio, se solo mi vedessi adesso, invasa dal dolore!
Che in vero ora somiglio di più a quegli sventurati di cui la libertà s’è persa nel tardare la vita. M‘immischio ormai in perfetta armonia con gli afflitti, che infatti vi trovo alcunché di perverso ed infausto fra l’uomo rigoglioso.
Il mio viso, di una donna che continua a fuggire
al tempo e che ormai vive senza scopo, sarà mica diventato troppo ambiguo o anche sgradevole?
Sempre, ormai, a casa le finestre sono chiuse!
Adesso il mio fiato cade solo sui libri, o sui miei quadri, e mi dicono di aver lo sguardo fiacco e degli occhi stanchi in questi mesi leziosi pervasi dell’odore di sventura. Oh! Non saprei come passare il tempo. Sempre ho i pensieri occupati da lui. Come posso posso essere felice lontano da lui? Spero tanto di gioire un poco, almeno scrivendoti…
Christopher era una goccia d’acqua fragile e complessa, che però non poteva cadere, troppo legata alla sua strada, la sua vita di falsi sorrisi sul viso.
Fortunati, sereni e ricchi! Oh Nicolò, un tempo viaggiare ci stava d’incanto. Sarebbe stato bellissimo aver nulla da fare per tutto il giorno, ma solo uscire insieme a vagheggiare.
E mi pare che ne sarei stata solo più che felice.
E invece il mare più volte doveva portarmelo via.
Oh, com’è tremendo il mare!
L’immenso dolore gli appartiene, eppure è quel mare che sempre continua a farmi sentire il suo respiro.

Christopher aveva un gusto enigmatico.
Quasi quanto i suoi pensieri.
Christopher, solo come stava, per lungo tempo non diceva mai ciò che avrebbe desiderato fare di bello.
Se parlava non parlava sul serio.
Agiva, e di certo non sbagliava.
Tesseva e ricamava con la sua mano capricciosa un’estesa trama di ricchezze e meraviglie; sagomava il mio futuro con quelle azioni di regia, poche piccole impressioni e decisivi movimenti che rivoluzionavano l’evolversi della nostra strada.
Catterina dice che non ho saputo preservare la mia felicità, solo perché troppo stupida. Che io stessa non ho voluto stare bene e che lei non ha colpe.
E chi mai è colpevole, mio buon Dio?
Singhiozzo e piango, ho un accesso di tremore; quanto tempo che scrivo poi, tanto che la cera è quasi spenta.
Il dolore, Nicolò, il dolore in quelle parole.

Caro Nicolò (quinta e sesta lettera)

18/07

Al palazzo, vicino alla cucina c’è una stanzetta così modesta, una specie di camera. Vi sono anche ambienti ben migliori e la finestrella mi pare così stretta che vi ci vedo solo di sfuggita; v’è un letto ed una cassa, qualche seggiola e la tavola con sopra una pesante lastra di marmo.
Fu il primo incontro in casa
di nostra cugina; alcuni saloni di questo palazzo sono molto frequentati per le mense nobiliari. Dal villaggio signorile vengono in massa per gustare le ricchezze di famiglia. E Christopher venne al palazzo alcuni minuti prima dell’ora decisa; nella discrezione di non mostrarsi ad alcuno ci nascondemmo nella stanza, stipati al buio e rasserenati dai nostri respiri; raccontava dei suoi viaggi e i suoi successi! Con la sua voce risonante, ogni sua parola, anche se volgare, pareva crogiolarsi in nuove grazie e si vestiva di emozione e bellezza.
Oh Nicolò, ripensare a ciò che lì ho vissuto m’inturgidisce tutta.
In un riflesso intransigente trascinò via la mia mano sinistra, fece leva sulla presa allungandomi un po’ il viso. Collise la mia bocca alle sue labbra rosee e morbide.
Subitamente un minimo residuo d’istinto mi rese tesa, ma la delicatezza con cui sorprese il mio respiro diede modo alle mie poche resistenze di sciogliersi, imprimendo in me la distinguibile volontà di lasciare la mia anima nel suo cuore.
Veramente mi assaggiava come mordesse una fresca fragola di stagione, liberandosi dei sapori virili che mi si diffusero poi in tutto il corpo, imprimendomi sulla lingua quell’eccesso di vibrazioni e sussulti corporei di enorme intensità.
Dopo poco sentii le sue mani esplorarmi sotto la
veste fin quanto che i nostri mancati respiri ci obbligarono ad allontanarci l’uno dall’altro.
Mi spinse di forza sul letto che accolse il nostro peso piegandosi morbidamente. Sfiorai la sua schiena silenziosa che sentii ritrarsi al contatto gelido delle mani. Le sue spalle emergevano nell’ombra, pallide come un cencio, allontanate da un piccolo solco che percorreva tutto il dorso.
Sentii il mio ventre cantare la voglia che sopraggiungeva, mentre cercava intensamente i miei sapori e con clemenza m’accarezzava la pelle col respiro. Scoprivo saltuariamente nei sospiri la splendida origine del mondo intero che si propagava tra le mie gambe fresche e determinate. Un mare vigoroso e inebriante, forte e oscuro, misterioso nei suoi solfeggi e tanto acceso di emozione.
Dimmi Nicolò se per caso sbaglio ad affidarmi tanto a un uomo così vivo! Mi è difficile resistergli; credo proprio d’amare ogni sua espressione, ogni sua oscillazione, tempestose informazioni sopra un tavolo da guerra in alto mare.

16/09

Ne sono devastata. Nel mattino ho invano atteso la sua barca scivolare sulle onde nel cammino verso il porto. Nel frattempo ho terminato i miei lavori nel rimirare il mare, dipingendone i momenti: quando il Sole si levava, quando batteva sui capelli e persino quando prese a scivolare nelle nuvole.
Rimasi inquieta, tingendo quella tela con freddezza; fissavo il mare, lo incupivo coi colori, rivestendolo di scuri e poca luce. Con veemenza ne agitavo il movimento, disegnando anomalie e alterazioni, trasmutando la realtà con terribili menzogne.

Non distinsi più i colori, solo spazi e vibrazioni luminose. Con ogni pennellata mi accingevo a contemplare il mio dolore, attimo dopo attimo, sempre più corrosivo e consapevole.

Rifiuto questa cena, domattina m’incammino in mezzo al bosco per raggiungere la spiaggia; qualche passo nei giardini mi ha distratta, son più lucida e serena, spero solo in un ritardo e che le vele rosseggianti mi appaiano in silenzio all’orizzonte.
Nicolò, compatiscimi.