Vacanti, noi

Sai da dove arrivi? Vacanti, noi
accendemmo un fuoco, baciandoci nell’anima,
attraversando
 il mondo; tra la guerra
e tra il dolore,
camminammo le montagne e le pianure,
nascosti in mezzo al mare e
in mezzo agli alberi boschivi.
Il tuo corpo vive ovunque, appartiene ad ogni terra;
raggiungi
e sposa le altre terre,
ti è concesso di partire, di salvarti,
di fuggire!
Parti, perché
t’amo,
ricordati che t’amo
sin dal giorno in cui venisti al mondo.

“… quando infine pioverai?”

Come il cigno di Baudelaire, ridicolo e grandioso, intaccato dal suo desiderio rigoroso, che cerca con furore la sua acqua dei natali nell’attesa del suo Dio, suo creatore più clemente, prese a smuovere la sabbia troppo tiepida per l’ora, troppo morbida al passaggio, rivolgendo gli occhi a me, spalancando le sue ali piene e impresse dalla polvere salmastra che più avanti si bagnava nel chiarore delle stelle. La sua forma, la sua testa e il suo calore, tutto il busto che vedevo, mi sembravano un paesaggio dai colori più sgargianti, nei suoi abiti setosi, nella sua pelle misteriosa che come un Sole laceravano il mio corpo e le mie labbra sopraffatte dal languore; nei suoi occhi il bel tramonto, e dal suo naso s’estendeva un certo filtro d’ambrosia; e la sua bocca risorgeva in mezzo al nero della sera come un calice brillante da cui bere l’eternità.

Blu come l’Eden

Del blu,
che s’impose sul mio sguardo,
nel silenzio della porpora
ammutita
nelle labbra, crogiolanti
e lievi tra le note
di una musica ancestrale.
Avida ambizione,
oltre il gran vociare
della gente
s’esprimeva rigoglioso il proferire
gonfio d’arte, della voce
sua ed intensa,
come poche se ne sentono,
come poche te ne inebriano.

Del blu
delle viscere profonde e più corpose,
del blu del sangue di una vita senza more
ridondante senza il sole,
del blu di quei soli senza autore.

Del blu
di quel fuoco artificiale
sotto il nembo
verticale di chi nasce,
della vita in mezzo all’Eden
dei sudori e del tuo vino
che m’accende
mi ubriaca

del tuo palco, e i tuoi capelli.

D’amore, in altre parole

Calpestando i fiori, coi tuoi passi m’hai tradito.
Come strascico imbranato, imbrattato dalla terra, vado stretto; stretto al muro, denudandomi ogni passo, delle risse lancinanti col mio cuor che vuol restare.
Quello sguardo che ti ha spinto con dolcezza in arrabbiate, estese compulsioni, quello sguardo che dà incubo al mio sonno senza incanto.
Come un cane, affamato posseduto dai contorni d’abitudine, fuggo cercando certi odori, certi amori, tante e tante sensazioni distillate dalle frasi di cui mai m’è dato conoscere l’origine, conoscerne la vita.
Nell’intimo m’inganno, di fuori sono scaltra creatura del mio cielo

Fiori intatti

Per l’ultima volta scrivo di te.
Ultima volta che intingo le dita sul ventre tuo, tenero e demonio.
Ultima volta che a parlarti ci perdo la voce e il vibrato dissolve nel vuoto.
Che, codardo col mio amore, me ne strappi vene e nervi, dondolando nel tuo dubbio.
E di usarmi tu hai finito, ma di usarmi morirai.
Ma tu cambia il cuore, resta vivo e sputa il tuo veleno nero che ha sempre un buon sapore, che sempre sa di libertà; tu denuda le tue labbra, che proprio quel sapore ti fa male.

Porta le tue oscene mani su di me, concediti il respiro degli odori dei miei fiori, inermi sin d’allora, nascosti troppo tempo in mezzo al buio, disseccati, sempre e a lungo fiori intatti come solo tu hai voluto.
Portami il colore che mi manca e non essere banale, e non essere immorale senza me.
Per una volta, nasci dentro me, marcisci dentro me, con niente tra noi due, di troppo.
Entra, dentro, solo dentro, in fondo, per scoprire la tua volontà, se hai ancora razionalità.
Cerca nella pelle, poi decidi e non guardarmi.
Può piacermi ancora il tuo calore, eppure contro te si muore.
Ma ormai non sai di niente!

Non una bambola

Non son fatto di plastica, non vesto vernice e nemmeno ceramica; la gente mi tocca, la pelle si tinge, le lacrime calano da entrambe le palpebre.
Le gambe mi danzano, la testa ha dei limiti, la mente è infinita. Le dita distinguono il movimento, posso cadere ed inginocchiarmi, e posso stare da solo in piedi.
Se voglio dipingo parole nell’aria, respiro il calore e sento il tremore d’inverno.
Mi crescon le unghie, le pianto per terra e sento fruttare il fastidio; se grido, la voce non manca, eppure la gola si infiamma e posso soffrire.
Sento il dolore, ma vedo anche il cielo; provo paura e impallidisco! so correre e saltare.
Eppure le labbra si fingono inferno.
Mi nutro di parole, vivendo a testa al Sole ma pensando al nebuloso.
E se mi vedessi fuggiresti via, ma vorrei stringerti un momento e non amarti più, in mezzo al petto e la rivoluzione.
E non ti voglio più, non sono quella bambola, ma vivo attorno a te.
Eppure potrei perdonarti!

Caro Nicolò (ultima lettera)


10/10

Caro Nicolò,
Sono giunta in questo giorno, come sempre, nella spiaggia.
Tutt’a un tratto ho calpestato questo suolo silenzioso. Poi ho sorriso, asfissiando l’intimo rimpianto inconfessato che mi accompagna nei miei giorni. Sento da quell’attimo l’intrepida mareggiata che mi accoglie nei timori.
Mi accorsi solo allora che il respiro mi mancava; non sentivo più pressione nel mio petto e mi mancava quell’istinto di portare aria ai polmoni. E né più sentivo il mio cuore battere.
Coinvolta da quel mio attimo di panico, persi la capacità di spaventarmi. Presi a sragionare e dar fuori di testa, non riuscendo a motivare la mancanza di ogni mia sensazione.
Così, corsi e corsi sulla sabbia mentre i canti rauchi del vento si levavano nell’aria percorrendo l’intera distesa, bersagliando inclemente tutto il mio corpo. Poi d’impatto caddi con un rumore sospeso. Mi crogiolai giusto un poco, trascinandomi sulla schiena e puntando il petto contro il cielo. Ed il vento si era di fretta già acquietato.
Ho compreso quale amore gli stringeva il cuore; stregato dalle rotte, attratto dai fari, ed invaghito di quei nomi che vibravano dalle lingue
care dei suoi marinai; lui, egocentrica figura che mi infesta i più bei sogni, senz’altro non fu mai facile comprenderne i pensieri. Eppure sognava nient‘altro che vivere in libertà.
Ed il sospiro malizioso di quel mare, s
‘intromise cauto nei miei pensieri più informali, inserendomi l’idea di gettarmi in mezzo all’acqua, musicante della vita silenziosa che vi pulsa tra le onde.
Poi cedetti in un tenue sonno che mi avvolse. E mentre chiudevo gli occhi, avvolta dal buio, mi sentivo allungare così tanto da toccare le sue forme che s’agitavano con un caldo ritmo nelle mie mani. Tutt’a un tratto lo osservavo mentre dipingeva le sue mani nell’acqua cristallina e nonostante la leggera penombra di primo mattino, vidi quei suoi muscoli lavorare avanti e indietro mentre strofinava lento le sue mani. Gli andai incontro raggiungendo il molo che scricchiolava sotto i miei passi e lui alzò lo sguardo distratto dal rumore.

E mi chiamava. Col mio nome, mi chiamava.
E tu, distante, non hai forse convinzioni tanto forti e nemmeno possibilità per fermarmi.
Che desidero incontrarlo, un’altra volta, in fondo al mare.